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STORIA DEL BONSAI

Il Bonsai è nato in Oriente, probabilmente in Cina. I documenti storici sono così frammentari e pochi che hanno dato adito ad ogni possibile interpretazione. Una di esse, forse la più plausibile, fa risalire i primi bonsai a piante tenute in vaso per scopi erboristici dai monaci cinesi col nome di Penjing (albero in vaso). Questi monaci, costretti a fuggire da continue persecuzioni, portavano con sé, a dorso di mulo, vasetti contenenti le loro erbe officinali ed alimentari che, usandole, venivano “pizzicate”. Le piantine reagivano,  aumentando il numero delle foglie o degli aghi, ma rimpicciolendole di misura rendendo così la pianta sempre più simile ad un alberello in miniatura.

Ma già nel 705 d.C. nella tomba del principe Zhang Huai ci sono disegnati due valletti che portano una ciotola con alberelli in miniatura, segno che questa arte ha radici più antiche. Comunque sia, la Cina influenzò in molti modi la cultura giapponese e certamente il Penjing arrivò in Giappone portato da monaci, mercanti no dignitari di corte, verso il XIII secolo.

Nel 1644 un impiegato cinese, Chu-Shun-sui, che abitava nella signoria Mandschu in Cina, fuggì in Giappone portando con sé tutta la letteratura che aveva raccolto sul Bonsai. Ciò influenzò non poco l’arte Bonsai in Giappone, dando un notevole contributo con quei documenti.
Una leggenda racconta che un Samurai molto povero ricevette in pieno inverno la visita inaspettata di uno Shogun che viaggiava in incognito per questioni fiscali. Poiché era in assoluta povertà e non possedeva neanche una tavoletta di legno per accendere un fuoco per rinfrancare il viaggiatore, il Samurai non esitò a sacrificare i suoi 3 preziosi bonsai: un albicocco, un pino e un ciliegio. La leggenda conclude con il giusto riconoscimento che lo Shogun, tornato nel proprio palazzo, diede a quel generoso Samurai. Ciò fa capire la misura esatta della preziosità del Bonsai e del valore simbolico che assumeva per chi lo possedeva.

Per lungo tempo, come spesso accade, quest’arte fu riservata alla classe dominante feudale del tempo e a quella religiosa. Da allora, oltre al perfezionarsi delle tecniche, vi è stata una evoluzione sempre più sofisticata sia nella forma delle piante sia nei vasi. Le piante tendevano ad imitare sempre più quelle che si vedono in natura (era la nascita degli Stili bonsai ); i vasi divenivano invece sempre più sobri, eleganti, raffinati sia nelle forme che nei colori . Quindi il Penjing cinese diventa Bonsai giapponese; sempre due ideogrammi che stanno a significare albero in vaso. E’ il Giappone, quindi, a codificare i vari stili e le classi ed è sempre in Giappone che il Bonsai è stato ufficialmente riconosciuto come arte nel 1935.

Ovunque sia nato, comunque, a noi interessa sapere che è in questo Paese (Giappone) che si è sviluppato con quei canoni stilistici che hanno trasformato semplici piante in vaso in capolavori di perfezione ed armonia.

E in Occidente?

Le prime documentate apparizioni del bonsai in occidente sono dovute proprio ai giapponesi. Presentate durante la III^ Esposizione Universale di Parigi nel 1878 e nelle successive edizioni del 1889 e 1900, le piante furono in seguito vendute all’asta, raggiungendo valori straordinari per quel tempo. Basti pensare che una Tuja di oltre 200 anni spuntò la cifra esorbitante per il tempo di ben 1.300 franchi. Nello stesso periodo altri bonsai furono importati in Inghilterra e presentati all’Esposizione di Londra del 1909. Si racconta che a seguito di una lezione di un Maestro giapponese, Edoardo VII decidesse di tenere per sé una collezione della quale si interessava personalmente. Di queste piante si è persa ogni traccia ma l’Arnoldo Arboretum dell’Università di Harvard conserva ancora oggi alcuni esemplari collezionati attorno al 1900 dall’Ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone, Larz Anderson, tra cui 3 bonsai donatigli dall’Imperatore Meiji.

Ma il Bonsai in occidente è stato scoperto in massa solo dopo la seconda guerra mondiale, prima negli Stati Uniti e poi in Europa. Attualmente l’Italia è per numero di appassionati la prima in Europa e a livello qualitativo ed artistico è seconda, al mondo, solo al Giappone.

 

ESTETICA E FILOSOFIA DEL BONSAI

Spiegare cosa sta dietro al concetto di Bonsai è cercare di rendere comprensibile una realtà che perfino autorevoli studiosi orientali presentano in maniera contrastante o hanno difficoltà ad esprimere. Forse è addirittura ingiusto far rientrare in schemi occidentali un concetto filosofico - religioso così complesso come quello del Bonsai. Farlo sarebbe come cercare d misurare l’Universo con un metro.

Se vogliamo comprendere fino in fondo il Bonsai dobbiamo cercare di comprendere realtà che vanno ben oltre l’oggetto. Anzitutto il Bonsai poteva svilupparsi solo in un Paese, il Giappone, dove esistevano già da secoli le premesse estetico – filosofico – religiose adatte: il gusto della raffinatezza nella semplicità. Lo Shinto, religione, filosofia, credenza nazionale la cui essenza più profonda rimane legata alla comunione con la natura; l’intimismo Zen (meditazione), che ha introdotto i concetti di Kami, Wabi e Sabi, che formano la triade cui si ispira l’arte Bonsai.

Kami - traducibile anche con “divinità”, può essere definito, per quanto riguarda il Bonsai, allo spirito, alla forza interiore delle cose, dei manufatti dell’uomo e degli eventi naturali.

Wabi - riconducibile per noi occidentali alla concezione francescana della vita, al senso di interiore appagamento e benessere che possiamo provare meditando accanto alla grandezza delle manifestazioni naturali; ma anche il concetto di accettazione degli eventi naturali in cui l’uomo è al centro e parte del disegno universale.

Sabi - è il piacere di possedere, curare, amare cose che gli anni e gli uomini hanno trasformato, in cui è rimasta taccia del trascorrere del tempo, degli elementi naturali che le hanno modellate e del lavoro e del pensiero degli uomini che le hanno precedentemente possedute.

Il curatore della collezione bonsai dell’Imperatore del Giappone, Kyuzo Murata, ebbe a scrivere a proposito del concetto di Wabi e Sabi che Wabi è uno stato della mente o un luogo o un’atmosfera mentre Sabi è un sentimento di pace interiore, di semplicità, che proviene da qualcosa di antico usato e riusato in cui è visibile, assieme al trascorrere del tempo, il tocco degli uomini che l’hanno creato e posseduto. Ma per lui questi concetti potevano essere comprensibili solo a un Giapponese. Non sono d’accordo con questa affermazione perché penso che questi sentimenti, come ogni sentimento dell’animo umano, appartiene all’uomo in quanto tale e per tanto può essere compreso, condiviso da ogni essere umano, specie se sentimenti universalmente validi.

Noi occidentali, ovviamente, abbiamo poi, travalicato il concetto di Bonsai, facendo anche di questo una fonte di lavoro il che non sarebbe un male, ma spesso di guadagni oltre misura.
La differenza tra occidente ed oriente nella concezione estetica-filosofica del bonsai sta nel tipo di cultura: totemista per gli occidentali, naturalista per gli orientali. Noi abbiamo bisogno di vedere la statua della divinità, la foto ricordo del defunto, ecc., gli orientali vedono tutto nella natura. Coltivando qualche minuto al giorno quel Bonsai che si tramandano di padre in figlio, di generazione in generazione, non fanno altro che tramandare il ricordo dei loro avi.

Curare un albero, capire i suoi meccanismi e le sue esigenze significa anche capire che la nostra stessa sopravvivenza è legata alle piante. Fare bonsai è rendersi conto, spesso con meraviglia, che la Natura non è al servizio dell’uomo.